Difficile scrivere mentre in sottofondo scorrono le sue canzoni. In questo momento "Canzone del bambino nel vento (Auschwitz)".

Ho conosciuto la sua musica, era già famoso (ma io ero immaturo), negli anni 80, grazie ad un amico alle superiori (Il Muflone per chi sa di chi parlo). Il mio amico viveva ogni giorno ascoltando sempre e solamente (o quasi) la musica di Guccini.

Il primo disco ascoltato profondamente, con curiosità, è "L'opera buffa", che stranamente non trovo su Spotify. Forse perchè in quel periodo ascoltavo molta musica prog e, chissà perchè, trovavo quel disco più affine a quel mio mondo interno/internazionale.

L'innamoramento, poi, è avvenuto, con "Signora Bovary" ed è durato per tutti gli anni 90, fino a "Stagioni". Ho sempre avuto una certa diffidenza verso i dischi precedenti, anni 70 e 80, li pensavo troppo politicizzati, troppo impegnativi.

Li ho riscoperti poi con calma.

L'innamoramento si è spostato piano piano dalla sua musica ai suoi libri. Il primo libro dove ho trovato un suo racconto è stato "Storie d'Inverno", poi ho scoperto i libri con Loriano Macchiavelli e di questi, per molto tempo, aspettavo con ansia sempre la nuova uscita. Fino all'ultimo (Cosa sa Minosse), che ho letto mentre avevo il covid. Non so perchè, forse l'ho trovato più debole, ma ho capito che la stagione dei grandi libri di Guccini e Macchiavelli era finita.

Ho avuto la fortuna di vedere qualche concerto ma la cosa più bella è sempre stata, nelle domeniche in cui, ogni anno, a giugno, andavamo per ciliegie in Emilia, fermarsi, al ritorno, a Pavana. Entravamo nei "suoi" bar e speravamo ogni volta che il maestro arrivasse. Ovviamente non lo abbiamo mai incontrato, ma quei luoghi erano, e sono, impregnati della sua presenza, della sua anima. Era sempre presente un'umanità particolare, fatta da montanari, lavoratori con le mani incallite, persone provenienti da ogni parte del mondo. Tutti a farsi un goccino, a giocare a carte, ad aspettare il maestro.

V.