In un paese dove le imprese faticano a far fronte alle difficoltà del mercato, per una serie di ragioni storiche e organizzative della meccanica sociale, lo stato (non la “nazione” come molti adesso amano dire) con tutti i suoi derivati, si inventa sempre nuovi marchingegni per “alfabetizzare” gli imprenditori e rendere più sicura la catena del valore aziendale.
Negli ultimi 20/30 anni sono state introdotte norme e obblighi relativi alla famosa compliance, cioè tutti quegli accorgimenti che le imprese (in particolare quelle fornitrici dello stato oppure che fanno parte di settori “delicati”) dovrebbero seguire per migliorare le loro performance. In realtà, spesso, almeno in settori più deboli, come agricoltura, sanità, sociale, educazione, tali normative hanno solo aggravato la situazione di queste aziende, gravandole di costi ulteriori senza che i loro clienti (spesso enti pubblici o aziende della grande distribuzione) contribuissero in alcun modo al peso economico.
Negli anni si sono susseguite norme sugli appalti, sulla sicurezza, sulla sicurezza informatica, sulla privacy, sulla qualità (iso), sugli accreditamenti, sull’antiriciclaggio, e altre, tra cui quelle della famigerata L. 231.
Tutto questo senza che nessuno si preoccupasse di capire come coprire i costi di tutti questi aggravamenti normativi e organizzativi.
Probabilmente, è vero, le imprese italiane, ne hanno trovato anche giovamento e, alcune, ne hanno fatto tesoro.
Altre però, soprattutto fornitrici della P.A., hanno vissuto tutto questo come ulteriore imposizione di costi, senza che i loro ricavi fossero adeguati ai maggiori pesi.
Adesso poi sono arrivati anche i costi relativi alle assicurazioni catastrofali, quindi di fatto lo stato si sfila anche da questo.
Resta, in fondo, spesso, da capire, a cosa servono le imposte pagate da cittadini e imprese. E’ vero che riceviamo migliaia di servizi ma, se mi aumentano gli obblighi e lo stato ha meno impegni nei miei confronti c’è qualcosa che non quadra.
V. D’Agostino