Il quadro che emerge dall’ultimo Osservatorio Itinerari previdenziali, che si basa sui redditi prodotti nel 2024 e dichiarati nel 2025, presentato in un convegno al CNEL. Il quadro che ne emerge è molto distante dalla narrazione degli italiani oppressi dalle tasse (perlomeno non tutti) e serve a stimolare una riflessione sul sistema e la sua equità e sostenibilità.

Alcuni dati:

  • Il 30% degli italiani (quelli che dichiarano dai 29mila euro in su) si fa carico di quasi il 79% dell’Irpef. il peso è concentrato soprattutto sugli 8 milioni di contribuenti (il 18,78%) che dichiarano a partire da 35mila euro all’anno (più o meno 2mila euro netti al mese) e versano da soli il 65% di tutta l’imposta.
  • sono 24,8 milioni gli italiani che non dichiarano redditi,
  • l’IRPEF ammonta a poco più di 216 miliardi (comprese anche addizionali regionali e comunali);
  • Nel 2024 sono stati necessari 138,33 miliardi per la spesa sanitaria, 180,5 per l’assistenza sociale e altri 13,5 per il welfare degli enti locali. Quindi l'IRPEF non è stata sufficiente;
  • il costo pro capite della sanità è stato di €2.347 nel 2024;
  • chi dichiara tra 35mila e 55mila euro (5,33 milioni) paga 52,6 miliardi di imposta con un versamento medio di 9.815 euro, ci sono poi 1,9 milioni di contribuenti che dichiarano redditi annui compresi tra 55mila a 100mila euro, i quali versano 39,75 miliardi di Irpef per un importo medio di 20.634 euro. Oltre i 100mila euro di reddito ci sono 745.615 persone che corrispondono all’1,75% dei contribuenti/versanti e pagano il 22,25% dell’Irpef. L’Osservatorio Itinerari previdenziali spiega che si tratta di «soggetti che, pur dando con le loro imposte un contributo fondamentale al Paese – sono sostanzialmente trascurati da ogni proposta politica e, spesso, non hanno diritto ai servizi;
  • in sedici anni la spesa assistenziale è più che raddoppiata, passando da 73 a oltre 180 miliardi, senza una effettiva riduzione della povertà;
  • per quanto riguarda gli autonomi, sopra la soglia dei 35mila euro c’è il 36,89% dei contribuenti che pagano quasi tutta l’Irpef della categoria: circa l’89 per cento; il totale dell’Irpef pagata dai lavoratori autonomi è di 25,64 miliardi di euro: l’11,86% del totale del gettito 2024. Eppure la categoria rappresenta solo il 5,12% dei contribuenti dichiaranti e circa 600mila autonomi godano di regimi fiscali agevolati.

Come ha dichiarato Alberto Brambilla, presidente del Centro studi e ricerche Itinerari previdenziali, c’è stata «un’enorme redistribuzione di ricchezza di cui non solo la maggior parte dei cittadini che fruisce, appunto gratuitamente (perchè non paga imposte, ndr), di quei servizi non si rende neppure conto ma che lascia oltretutto alle altre funzioni statali solo le residuali imposte indirette, le accise e la pericolosa strada del debito». Secondo Brambilla l’Italia è un Paese caratterizzato da una triplice progressività: «La prima riguarda il fatto che più un soggetto guadagna e più paga; la seconda, altrettanto legittima, è data dall’incremento dell’aliquota. La terza, invece, è una progressività che si potrebbe definire quasi “occulta”, perché mai evidenziata dai fautori della riduzione delle imposte, i quali di rado considerano che, all’aumentare del reddito diminuiscono fino a sparire del tutto deduzioni, bonus e sgravi, incentivando così implicitamente eventuali fenomeni di sotto-dichiarazione (fisco criminogeno, ndr). Provocatoriamente verrebbe infatti da chiedersi: perché dichiarare quanto davvero si percepisce se questo significa rinunciare a possibili prestazioni sociali o altre agevolazioni (mense scolastiche, bonus trasporti, università, asili, RSA, e così via) da parte di Stato, Regioni e Comuni?». Brambilla commenta ancora, resta «fondamentale abrogare la flat tax che, oltre a presentare profili di incostituzionalità, alimenta senza dubbio fenomeni di sommerso ma le cifre dimostrano che la comune vulgata secondo cui le tasse le pagano i dipendenti non è totalmente vera. È vero che i lavoratori dipendenti pagano le tasse ma, come dimostra la scomposizione per fasce di reddito, si tratta soprattutto di quadri, funzionari e dirigenti, categorie ormai scarsamente rappresentante sia dalla politica sia dai sindacati, che invece concentrano le proprie proposte su ulteriori riduzioni di imposte e contributi sociali a favore delle fasce di reddito più basse le quali però, dati alla mano, già oggi versano poco o nulla».

L’Osservatorio, tra le varie proposte, chiede anche una profonda revisione dell’Isee e la messa a punto di una banca dati centralizzata dell’assistenza, in modo da limitare fenomeni di elusione fiscale, consentendo allo Stato di aiutare in maniera più mirata solo coloro che si trovano in una condizione di reale necessità.

Aggiungo che andrebbe rivisto anche il meccanismo di funzionamento degli accertamenti fiscali. Spesso sono più orientati a chiedere documenti a chi già dichiara e paga ogni anno invece di misurare i redditi "reali" delle persone, anche attraverso l'utilizzo di un "redditometro" o di un "patrimoniometro" che analizzino il livello di spese delle persone, delle aziende e delle famiglie. In questa maniera si colpirebbe anche molto di più la criminalità.

Questi dati, cioè che solo una minoranza dei cittadini "produttivi" paga i servizi di tutti mi ha fatto venire in mente quanto scriveva qualche anno fa Luca Ricolfi ne "La società signorile di massa". Tanto per citare una delle sue frasi <Dal momento che a lavorare è una minoranza dei cittadini italiani, e la maggioranza che non lavora, quasi sempre, è legata a quella che lavora attraverso le relazioni familiari di coniuge, figlio, genitore, ecco che siamo in presenza del tratto distintivo della società signorile: l’appropriazione di una porzione significativa del surplus da parte di chi non lavora. Con un’importante qualificazione: ora i signori sono più numerosi dei produttori.>